Videogamers 3.0 e differenze tra musica e fumo.

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Cosa rende bello un videogioco?
Per me, che sono della prima generazione di videogiocatori, senza dubbio, i requisiti sono: il grado di sfida, la longevità il grado di sfida, la varietà di situazioni durante il gioco e sicuramente il grado di sfida.
Insomma, cosa c’è di più bello di un videogame che ti metta alla prova costantemente, che spinga al limite le tue capacità di videogiocatore con sfide sempre più complesse? In fondo, in quanto cariatide dei videogames, trovo normale cercare queste cose in un gioco. I primi giochi a cui ho giocato in vita mia avevano gli stessi comuni denominatori: sfide crescenti, blastare nemici e bullarsi con gli amici per aver raggiunto un punteggio più alto del loro.
Le sale giochi erano zeppe di cabinati con impressi su schermo i record dei migliori “combattenti”. Videogioco era sinonimo di competizione. Contro se stessi, contro la “macchina” e contro quello grasso e brufoloso di fianco a te.
Certo, negli anni i videogames sono cambiati molto (e qui facciamo la prima scoperta dell’acqua calda), sono diventati molto meno basati sul guadagnare punti, sullo sfidare il giocatore e molto più sul guidarlo per mano verso la risoluzione del gioco stesso mettendogli davanti sfide più o meno ardite. Il fatto stesso che nel tempo il concetto di “vite” sia stato sostituito dai checkpoint e dai salvataggi, rende sicuramente un videogioco più agevole e affrontabile di quanto non lo fosse in passato (parlo sempre di quando i dinosauri camminavano tra gli uomini, sia chiaro).

Se da una parte il “problema” dell’abbassamento del livello di sfida sia un fattore più o meno condivisibile dai più, quello che ho notato negli ultimi anni è un crescente accanimento nell’interesse verso qualcosa che dei videogame non ha a che fare con quanto detto in precedenza: Frame Rate, l’HDR, la quantità di ore di gioco, il 4K, il 5K di, il motore grafico, il motore di gioco e il motore del vattelapesca.
Fattore primario del gioco, per i più, sta diventando ‘sta cacchio di grafica e a quanti frame al secondo riesce a girare su schermo il proiettile del mio personaggio e se il tutto risulta fluidissimo e quanto bene viene sparato in 4K sul mio televisore Full HD. Altrimenti, “scaffale” come va di moda dire di questi tempi.

Orde di gamers si affannano a scannarsi in questa nuova era delle console war, dove però noto che si parla molto più del comparto grafico o della potenza della macchina che realmente di quanto un videogioco ti tenga incollato allo schermo perché semplicemente “divertente” da giocare. Se una volta le console war erano basate più che sulla potenza della propria macchina, sul parco giochi della stessa, adesso come già detto sembra che tutte ‘ste battaglie si svolgano sul territorio della grafica.
Sia ben chiaro che anche per il sottoscritto la grafica è un fattore importante, ma mi scandalizzo davvero poco se cala il famigerato frame rate durante un’azione di gioco o se le texture non sono in alta risoluzione.
Come diceva anni fa James Senese nel film “No Grazie il caffè mi rende nervoso” con protagonista Lello Arena: “A te piace la musica, o il fumo?”
Ecco. Il “fumo” sembra essere diventato più importante della musica stessa.

Le conversazioni nel settore gamers sembrano basate solo su questi parametri, aiutate in modo spasmodico dai sedicenti siti di settore, dai blogger e youtuber vari.
Orbene (giusto per sottolineare che è un vecchio che parla), personalmente tutta questa fuffa sulla grafica e sulla potenza dell’hardware di questa o quella macchina al sottoscritto ha un po’ stufato.
Non a caso, ultimamente tra i giochi che ho terminato ci sono titoli basati sulla sfida più pura, uno su tutti Bloodborne, che a parte essere graficamente egregio, pare tirato fuori dagli anni ’90 con i suoi game over che ti costringono a ricominciare tutto (o quasi) da capo portando il tasso di sfida e di frustrazione a livelli altissimi. Ma potrei citare tanti altri titoli souls like, che vivono dello stesso concept. Uno su tutti Dark Souls.

A conti fatti, sicuramente buona parte dei miei ragionamenti deriva dall’aver vissuto l’era degli 8bit. In quell’epoca l’assenza di potenza di calcolo delle macchine si convertiva in spasmodica sperimentazione da parte dei programmatori che ti tiravano fuori gioiellini dalle difficoltà allucinanti pur nella loro semplicità. Avendo avuto questa scuola, non a caso quando gioco ai videogames moderni setto sempre la difficoltà su “hard”. Che “normale” è per fighette.

Insomma, è ovvio che il gaming nel tempo si sia evoluto come è anche normale che la grafica sia diventata una delle caratteristiche che fanno più gola agli utenti, ma è anche vero che quelli rimasti più in linea con l’identità stessa di videogioco sono i titoli dove la sfida tra la “macchina” e il giocatore sono più elevati.
L’essenza stessa del gioco si trova in quella sfida che ci fa sudare sette camice di pixel e ci fa esultare quando abbiamo superato un dannato livello. Tutto il resto è solo grafica.
Non a caso tra il “fumo” e la “musica”, io preferisco di gran lunga la musica.

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Boss Hog

Cinico osservatore del mondo, Boss Hog è un cultore degli anni '80, fervido amante dei fumetti americani e del cinema. Dice le cose come stanno, niente filtri, niente compromessi.

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