Robocop. 30 anni e neanche un filo di ruggine.

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Se nell’ultimo decennio al cinema è stato un fioccare di remake e reboot di pellicole degli anni ’80 un motivo ci dovrà pur essere, no?

Ora, non voglio apparire come il solito vecchio bacucco che sproloquia tristemente sulla bellezza del cinema degli anni passati, figuriamoci (anche perché altrimenti dovrei accettare di essere vecchio, e non mi va), ma è un dato di fatto però che oggigiorno il cinema abbia ben poco da dire, anzi, a voler essere meno banali, il cinema ha ben poca audacia.

La chiave di tutto è proprio quella.
Vedete, come tempo fa diceva proprio Paul Verhoeven (chi è costui? Ci arriviamo tra poco, tranquilli), la rovina del cinema moderno sta nel PG-13 (cos’è il PG-13? E va bé, ma qua vi devo spiegare proprio tutto!). Ovvio che dipenda dal tipo di film, ma è sicuramente cosa buona e giusta.

Andiamo per gradi. Paul Verhoeven, classe 1938, è il regista olandese, padre di alcuni dei film più belli degli anni ’80 (Total Recall, Starship Troopers, Basic Instinct), guarda caso remakati (si potrà dire?) negli ultimi anni, tra cui spicca quel Robocop che poi è il protagonista di questo mio post. Volete altri titoli?
Il PG è un rating utilizzato in America, che sta per Parent Guidance, ed altri non è che il nostro “Vietato ai minori di…” o se vi piace di più simile ai bollini verdi, rossi e gialli tanto in voga in tv. PG-13 sta appunto per “vietato ai minori di 13 anni”.
In America poi, il PG è molto più “stretto” rispetto all’Italia. Basta una tetta fuori posto, o del sangue extra che un film schizza subito da PG-13 a “R” (cioè per adulti).

qualcuno ha detto “tette”?

Che sia ben chiaro, un film è la somma di tante cose, in primis un’ottima sceneggiatura, ma spesso, quest’ultima viene a patti con la volontà di rendere la pellicola fruibile da quanta più gente possibile e quindi deve esprimere concetti e situazioni “light”, facilmente digeribili da tutti.
Paul (sì, siamo amici, non si offende se lo chiamo Paul), con l’affermazione “la rovina del cinema moderno sta nel PG-13”, non voleva dire che ci devono essere più film vietati ai minori,  ma che purtroppo realizzare film per “tutti” sicuramente andrà a discapito dell’audacia di concetti forti, disturbanti o violenti (con tutte le sfumature della parola “violento”) che rendono un’opera matura.

Purtroppo, portare al cinema un film vietato ai più, comporta una minore entrata di pubblico e quindi di soldi, che alle case cinematografiche oggigiorno non va assolutamente a genio. Vi siete mai chiesti, ad esempio, come mai Wolverine negli X-film affetti gente a destra e a manca e non si vede mai una goccia di sangue? Cosa dite? L’ultimo film con Wolverine protagonista, Logan, è pieno di gente smembrata? Certo, in America è Rating-R, per adulti (da noi, solo VM14, ecco cosa intendevo prima con PG “stretto” degli americani).

Tralasciando queste divagazioni tecniche su cosa sia o cosa non sia il Rating, tornerei a parlare dell’argomento principale del post e cioè Robocop.
Vedete, non è di certo un mistero che il film sul robo-sbirro del 1987 sia una delle mie pellicole preferite (di genere) di tutti i tempi ed è quindi per celebrarlo, nei suoi 30 anni di storia, che mi sono imbarcato in questo sproloquiante post.

Robocop è uno di quei film che non è invecchiato per niente male, anzi se andiamo a guardare oltre la pellicola, possiamo notare come non sia invecchiato affatto ma sia quanto mai attuale.
Edward Neumeier (lo sceneggiatore del film), nel suo script, delinea un futuro decadente comandato dalle megacorporazioni che hanno privatizzato molti dei beni primari, compresa la polizia. Una società violenta, disinteressata, con troppe disparità sociali e “schiava” dalla televisione, con i media sempre più presenti ma al contempo dai contenuti sempre meno incisivi (fantastico lo slogan del telegiornale Media Break “dateci 3 dei vostri minuti e vi daremo tutto il mondo” quasi a voler dire, bastano solo 3 minuti di attenzione per avere le notizie).
Vi ricorda qualcosa? Beh, non è così difficile rivedere la nostra società moderna in questo quadretto.

L’OCP (la corporazione che ha un po’ le mani in pasta ovunque) promette la riqualificazione del territorio, ma nel frattempo la criminalità, inesorabile e costante, impazza per le strade, tanto da fare in modo che la polizia non abbia mezzi a sufficienza per contrastarla. Gli agenti girano sempre con i giubbotti antiproiettile perché le strade di Detroit (lo scenario dove si svolge il film) sono una zona di guerra. E anche sulla lotta alla criminalità si gioca nello scacchiere economico una bella battaglia su quale sia la nuova “arma” definitiva da scatenare contro i criminali.
Da una parte ED-209, bello, enorme, iper-armato, ma poco funzionale e dall’altra il progetto Robocop, creare un cyborg utilizzando il corpo di qualche poliziotto morto (non c’è problema, quando i poliziotti si arruolano firmano il contratto standard che li rende di “proprietà” dell’OCP).

“Certo che sono funzionale! Volete dire il contrario?”

È vero, il film è di 30 anni fa, ma tendo a rimanere vago sulla trama. Per quanto amo questo film, spero sempre che qualcuno non l’abbia visto e che se ne innamori, come feci io da ragazzino, e riesca a cogliere quanto di profondo si nasconda dietro l’armatura luccicante di Robocop. Non un altro supereroe a mo’ di Iron Man, ma un film in cui ci si possa leggere tanto il dramma di Frankenstein quanto la parabola della resurrezione di Gesù, tanto la marcata critica ad una società decadente così lontana quanto vicina alla nostra. Tutto trattato con serietà ma anche con una vena di grottesca ironia.

Oltre alla critica sulla società, il film è anche la dolorosa scalata di Alex Murphy (il poliziotto dentro la macchina) nel riprendere consapevolezza di sé dopo essere stato “trasformato” in Robocop. Tutti concetti centrali nell’opera di Verhoeven, che svaniscono nel nulla nel remake per dare spazio ad un Alex Murphy che, passato il dramma di ritrovarsi un corpo robotico, lo accetta e lo utilizza al meglio per diventare il figo Superpoliziotto.

“Scusate? Avevate finito i fondi per ‘sta mano?”

Ecco, il problema è tutto lì. Ed è un problema tra l’altro legato al rating del film (il remake, guarda caso è PG-13 in America). Se da un lato il remake tenta la carta della serietà nelle “origini”, si perde nel voler creare il solito nemico corrotto/senza scrupoli/figldiputt da eliminare, per poi culminare con l’immancabile scena finale “eccomi qua, ora sono un nuovo eroe pronto per gli eventuali sequel”.

Se non avete mai visto Robocop (l’originale, non il remake), credo che sia giunta l’ora di correre ai ripari. Che siate amanti della fantascienza o meno vi troverete davanti un film dalle tantissime sfumature, girato alla grande e con scene che certamente non dimenticherete.

E poi… ci sarà pure un motivo se certi film restano nell’immaginario collettivo e altri te li sei già dimenticati il giorno dopo, no?

(dedico questo post all’attore Miguel Ferrer, recentemente scomparso. Non fosse stato per il suo Bob Morton, in un certo senso, non avremmo avuto Robocop)

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Boss Hog

Cinico osservatore del mondo, Boss Hog è un cultore degli anni '80, fervido amante dei fumetti americani e del cinema. Dice le cose come stanno, niente filtri, niente compromessi.

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